mercoledì 6 febbraio 2013

Bob Wilson: lezioni, testimonianze.


La mia intenzione nello scrivere questo post, non è quella di fare critica teatrale sui lavori del grande maestro Bob Wilson.

Piuttosto, voglio riportarvi il suo monologo, che ha aperto l'incontro tenutosi ieri sera presso il Teatro Franco Parenti di Milano.
Non vi nascondo che l'emozione è stata tanta, e che se anche alle 21 di sera di un giorno lavorativo l'attenzione può vacillare, il mio fedele registratore (ops,l'ho usato...era permesso?!) ha fatto pienamente il suo compito.
Così, oltre ad aver per sempre impresso su un nastro la voce (sì, è lei che ha il ruolo chiave), di uno dei più grandi registi e drammaturghi statunitensi contemporanei, riesco a riportarvi interamente le sue parole.
La sua vita, i suoi inizi, la sua ispirazione.


«Il motivo per cui faccio l’artista è farmi domande, è chiedere cos’è quella cosa e non dire cosa quella cosa è. Sono cresciuto in una piccola cittadina del Texas dove non c’erano teatri, gallerie d’arte o musei. Io non ero mai stato a teatro o a vedere un balletto. L’ho fatto a vent’anni quando mi sono trasferito a New York. A New York sono andato a vedere delle commedie a Broadway: non mi sono piaciute e non mi piacciono neanche oggi. Poi sono andato all’opera: non mi è piaciuta e non mi piace neanche oggi. Poi ho visto il lavoro di George Balanchine e mi è piaciuto e mi piace ancora oggi. Mi è piaciuto perché era  rappresentato in modo formale, mi è piaciuto il modo in cui i danzatori si comportavano sul palcoscenico: danzando soprattutto per se stessi senza dare troppa importanza al pubblico. Poi ho visto il lavoro di Cunningham e John Cage: mi è piaciuto e mi piace ancora oggi. Quello che vedevo con Cunningham e Cage era molto diverso da quello che sentivo, quello che vedevo non serviva a illustrare quello che sentivo, la struttura visiva e la struttura sonora erano concepite in modo separato e una volta abbinate conducevano a qualcosa di diverso rispetto a quello a cui conducevano se fruite separatamente, si rafforzavano senza sottolinearsi. Le prime influenze sul mio lavoro sono dunque state quelle di Balanchine, Cunningham e Cage, quindi: la danza. 
Nel ’67 feci un incontro che influenzò la mia carriera e cambiò la mia vita per sempre. Passeggiavo per strade del New Jersey e vidi un poliziotto che stava per colpire con un manganello un tredicenne afroamericano. Gli chiesi: “Perché vuoi colpire questo ragazzo?”, il poliziotto rispose: “It’s not your business”. Siamo andati in una centrale di polizia lì vicino e mentre camminavamo capii che il ragazzo era muto. Il ragazzo venne rilasciato e io lo accompagnai a casa sua: due stanze dove vivevano 13 persone. Il ragazzo, Raymond, era cresciuto in comunità rurali che non riuscivano a capire che il suo problema era quello di essere muto. Era diventato un delinquente. Per impedire che venisse rinchiuso in un istituto io, uomo single, mi rivolsi al tribunale per adottarlo: “Se non me lo affida, signor giudice, questo ragazzo costerà allo stato del New Jersey un sacco di soldi” – “Good point, man”. Così me lo affidarono. Mi resi conto che il ragazzo ragionava in termini visivi, a volte vedeva cose che io non vedevo perché mi occupavo solo di quello che sentivo. C’è un linguaggio nei corpi, un linguaggio il più delle volte impercettibile. Ed era questo linguaggio che Raymond riusciva invece a comprendere molto bene. Dal ‘68 al ‘71 realizzai con Raymond un’opera che durava sette ore ed era muta, si basava sulle osservazioni del ragazzo e sui suoi sogni. A Parigi siamo rimasti in scena cinque e mesi e tutte le sere lo spettacolo era esaurito con 2200 spettatori. Dopo di che mi propesero un’opera alla scala e una a Berlino, io dicevo che non sapevo nulla di teatro ed ero molto riluttante ad accettare queste proposte.
Il più grande insegnamento di Raymond io l’ho trasmesso ai miei attori, non mi stanco mai di ripetere loro: ascoltate col corpo, non con le orecchie.
Christopher Knowles è stato l’altro grande incontro assolutamente fondamentale per la mia vita artistica. Christopher Knowles era un ragazzo autistico che aveva inciso un nastro a mio avviso estremamente interessante. 
Io a quell’epoca stavo provando uno spettacolo che sarebbe durato dalle sette di sera alle sette di mattina, continuavo a pensare a mettermi in contatto con questo ragazzo, finché decisi di chiamare i genitori per proporgli di far venire Christopher a vedere l’opera a Brooklyn. Prima di andare in scena io devo concentrarmi molto, sono solito appendere fuori dal camerino una scritta: “non disturbare”. Questa scritta non fermò i genitori di Christopher che vennero a salutarmi mezz’ora prima dell’inizio dello spettacolo e così mi trovai davanti a Chris per la prima volta, gli chiesi: “Chris, vuoi far parte anche tu dello spettacolo stasera?”. Quella sera Chris venne con me sul palcoscenico, io iniziai a recitare il nastro che lui aveva inciso e Chris, che passava la maggior parte del tempo stando zitto, recitò insieme a me.
Una sera che eravamo insieme Chris si mise a recitare e io gli chiesi cosa stesse recitando, lui rispose: “una lettera alla regina Vittoria”. La mia opera successiva, la prima scritta, fu composta in collaborazione con Christopher Knowles e si intitolava “Una lettera per la regina vittoria”. La prima mondiale fu qui in Italia, al festival di Spoleto. Quando stavo facendo “Una lettera per la regina Vittoria” a Parigi decisi di chiamare mia nonna che all’epoca aveva novant’anni e non era mai uscita dal Texas, le chiesi di venire a Parigi per interpretare la regina Vittoria, lei rispose che ne sarebbe stata felice. Quando l’andai a prendere all’aeroporto le chiesi come stesse e lei mi rispose: “Bene, ma per rimanere in vita devo prendere nove pastiglie al cuore. Se non le predo tutte e nove collasso”. A mia nonna che interpretava la regina Vittoria nello spettacolo feci dire esattamente questa battuta: “Per rimanere in vita devo prendere nove pastiglie, se non le prendo tutte e nove collasso”. Mia nonna recitava la parte della regina Vittoria con gli occhiali da sole perché le luci del palcoscenico le davano fastidio.
Vorrei ora concludere parlando di “Hamlet” e della sua struttura, ricordando che in tutti i miei spettacoli io utilizzo una struttura che si rifà all’esempio dei classici. Come ho fatto in tutti i miei lavori precedenti per prima cosa ho stabilito tutti i movimenti; ho lavorato con un assistente, io improvvisavo concentrandomi sui gesti e sui movimenti e lui ne controllava l’effetto. Sul palcoscenico c’è una torre fatta di lastre sovrapposte e lo spettacolo inizia con Amleto sdraiato in cima alla torre. Si tratta di un monologo dove Amleto interpreta tutti i ruoli, parte dalla fine, dal momento poco prima della sua morte, per ripercorrere tutta la vita e arrivare nel finale alla morte vera e propria. Il cumulo di lastre di pietra si riduce durante lo svolgersi del monologo: alla fine dello spettacolo il palcoscenico è vuoto, sul palco vuoto c’è solo un baule e Amleto estrae dal baule tutti i costumi utilizzati durante lo spettacolo tranne quello di Gertrude.»



Dopo la sua performance sul palcoscenico, Bob ha lasciato spazio alla proiezione di alcune scene del suo "Hamlet".
La visione è stata però interrotta dall'improvviso suono dell'allarme antincendio.
Una delle geniali trovate di Wilson?
Se sono ancora qui a scrivervi, traete voi stessi le conclusioni.


Love
CM

domenica 3 febbraio 2013

Back to the 50's? Oh no darling, it's Aromando Bistrot!


"Una cucina come i vecchi tempi,
Una cucina dai mille profumi,Un tempo passato,Magari un amore felice,Magari due persone che sono invecchiate insieme."



Queste sono le sensazioni che ho avuto, durante la cena di ieri sera da Aromando Bistrot (Via Moscati 13, angolo Via Canonica, Milano).
Piatti sapientemente studiati in cucina dalla proprietaria Cristina, e in sala come sommelier, Savio Bina, marito di Cristina.
Un connubio che ha reso possibile tutto questo.
L'arredamento sembra quello delle vecchie cucine delle nonne, con strutture in formica anni '50/'60 che fanno da separatori tra i diversi ambienti.
Posate di fregio antico, bicchieri Baccarat in vetrina, boquet di aromi come centro tavola.
La mia portata del cuore?
Il dolce!
Una crostatina (che poi tanto piccola non era!) con crema di limone e crema di pistacchi.
Libidine pura!
CONSIGLIATO, per tornarci spesso, spessissimo!

Love
CM

martedì 22 gennaio 2013

Un caffè da un fioraio, o un mazzo di fiori in un Caffè?


E' un posto del cuore, e la prima volta l'ho conosciuto e condiviso con una persona importante per me.
Nasce 40 anni fa nel cuore di Brera, dove il suo fondatore, Raimondo Bianchi, ha creato composizioni floreali con accostamenti inediti ed eleganti.
Oggi, il Fioraio Bianchi Caffè (Via Montebello 7, Milano), rimanendo fedele ai principi di una vita, ospita un ristorante e un caffè.
Luogo di ritrovo, luogo di chiacchiere, ma anche luogo di silenzio.
Sì, perchè sembra di essere e di vivere un luogo senza tempo.
Una pausa piacevole dai frenetici ritmi della vita quotidiana.
Se non ci andate?
Ci perdete solo voi!
Flower Power!

Love
CM

giovedì 17 gennaio 2013

Now on screen: La migliore offerta

Scritto e diretto da un magistrale Giuseppe Tornatore, "La migliore offerta" irrompe nella scena cinematografica come "quel-film-che tutti-premieranno".
E ne avrebbero di che donde.
Un capolavoro che intreccia una storia d'amore tra il protagonista, Geoffrey Rush (alias Virgil Oldman famoso battitore d'aste), e l'attrice Claire Ibbeston (Sylvia Hoeks, tanto ingenua per quanto furba ragazza fragile), con un colpo di scena tipico alla Tornatore.
Non voglio rivelarvi ulteriori dettagli, perchè dovrete rimanere a bocca aperta come ci è rimasta la sottoscritta, quando andrete a vederlo al cinema.
Io se fossi in voi, non starei nella pelle dalla curiosità!
Consigliato? ASSOLUTAMENTE DA VEDERE!

Love
CM


giovedì 10 gennaio 2013

Affitto con riscatto o tutti sotto un ponte?



Ovviamente arriva dal Nord Europa, ma speriamo continui a crescere qui in Italia.
L'affitto con riscatto è una formula semplice: si tratta di un contratto che dà la possibilità di avere un'abitazione di proprietà, a chi non riesce ad ottenere un mutuo a causa del lavoro precario, e anche a coloro che vogliono rimandare l'acquisto senza perdere nel frattempo il denaro del canone di affitto versato.
E' un vantaggio anche per i proprietari di casa che fanno fatica a vendere in un momento come questo.
Come funziona?
Si stipulano due contratti: uno di affitto con canone superiore del 50% a quello di mercato, e uno di opzione (ma non vincolante) , che permetterà all'inquilino di comprare ad un prezzo stabilito e dopo un certo numero di anni.
Così, in caso di acquisto, i soldi già versati per l'affitto, verranno scalati dal prezzo finale, ma, in caso di rinuncia, essi verranno persi.
Quindi, come in tutte le cose, bisogna essere sicuri che la scelta della formula affitto con riscatto, sia quella più congeniale a noi e alle nostre esigenze.
Se può interessarvi, la Ducale spa, società del gruppo Tecnocasa, oltre ad essere stata la prima a promuovere questa forma di contratto, è già riuscita a sottoscrivere, nel giro di un solo anno, ben 40 accordi per un valore di 8,5 milioni di euro.
Dall'ansia di poter essere sfrattati, per passare alla possibilità di comprare una casa.
Una grande arma, ma sempre a doppio taglio.


Love
CM

domenica 16 dicembre 2012

Mistery Jets @Circolo Magnolia


Un vero tripudio, quello ottenuto ieri sera dai Mistery Jets per la loro esibizione al Circolo Magnolia, poco fuori Milano.
Questa indie rock band inglese non finisce mai di stupire.
Hanno tenuto il palco per due ore, e il pubblico li ha accompagnati in ogni canzone che hanno proposto.
A fine concerto non c'è stato solo il bis, ma anche il tris!
Insomma, da applaudire indiscutibilmente dalla prima all'ultima nota!
We believe in you!

Love
CM

giovedì 13 dicembre 2012

La vita di un'icona del nostro tempo: Diane Vreeland.

"Ho un occhio per il colore: forse è il dono più eccezionale che possiedo. Il colore dipende totalmente dalla tonalità. Il verde, ad esempio, può essere quello del metrò, però se ottieni il verde giusto.. Il rosso è il grande chiarificatore: brillante, purificatore e rivelatore. Non potrei mai stancarmi del rosso..sarebbe come stancarsi della persona che ami. Per tutta la vita ho inseguito il rosso perfetto".



Questo è stato il mio regalo di compleanno: il documentario sulla vita di quest'icona di stile del ventesimo secolo, mi ha conquistata totalmente.
Proiettato solo nel cinema Arcobaleno di Milano, e in sala solo per pochi giorni, mi ha spinto ad ordinare immediatamente il libro biografico della Vreeland, edito da Meledonzelli.
Penso sia un ottimo auto-regalo natalizio.
Diana, con la sua personalità carismatica, eccessiva ed indiscutibilmente geniale, nel documentario racconta la sua incredibile vicenda umana e professionale, tra Parigi, Londra e New York.
Dalle sontuose dimore londinesi alla Parigi degli anni trenta, dal jet-set newyorkese alle ribalte più esclusive del mondo: si susseguono aneddoti e situazioni condivise con la sua eclettica cerchia di amici.
E quando parlo di "amici" mi riferisco a principi, star del cinema e icone pop: da Coco Chanel a Jack Nicholson, da Andy Warhol  a Joséphine Baker.
Dalla boutique di lingerie di cui era proprietaria, grazie al suo gusto per abiti e stoffe, si ritrova nella redazione di Harper's Bazaar come redattrice della rubrica Why Don't You?.
Successo immediato e lettori-fan dei suoi pratici consigli.
Ma dopo 26 anni, il cambio c'è: passa al timone di Vogue.
Darà libero spazio alla sua creatività fino al 1971, quando la rivista decide di voltare pagina.
Ma per la Vreeland si apre una nuova vita: quella che lei consacrerà alla collaborazione come consulente per il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art, per il quale curerà mostre indimenticabili.
La sua famiglia, è presente nel suo racconto, ed è stata la sua boa di salvezza nei momenti di cambio e sconforto.
La sua vita è ormai leggenda, e credo sia stato giusto celebrarla.
Long life Diana!


Love
CM